rendimento invetimenti quanto guadagno

Rendimenti degli investimenti: quanto ci guadagno?

Una delle prime domande che un cliente fa approcciandosi all’investimento mobiliare è: ma quanto rende? Se investo 100.000, 200.000 o 1.000.000 di euro quanto guadagno?

Seppur spontanea, è doveroso ricordare che un processo di pianificazione finanziaria non comincia dal rendimento degli asset o dalla scelta degli strumenti in cui investire.

E’ necessario procedere per step, in ordine (sperando di non ometterne nulla): mappatura del patrimonio (stato patrimoniale), definizione del budget personale-familiare (conto economico), capacità di risparmio, identificazione degli obiettivi, creazione dei portafogli per raggiungere questi obiettivi.

Bene, questo è il procedimento.

Ciò che penserai però è: dimmi quanto rendono le obbligazioni, le azioni, l’oro o un’altra asset class che hai in mente.

Questo articolo è scritto proprio per questo. Quantificare tramite un’analisi storica il rendimento delle differenti asset class (oro, obbligazioni, azioni, …) nel corso del tempo.

Non mancherà un’analisi del settore immobiliare, che seppur non quotato è molto amato dagli investitori italiani – oltre il 50% della ricchezza delle famiglie italiane è concentrata in immobili.

Quanto si guadagna investendo in azioni?

Le azioni sono titoli che attribuiscono diritti patrimoniali come il pagamento dei dividendi. I dividendi sono una porzione di utili che un’azienda decide di distribuire.

Le aziende crescono, innovano e producono ricchezza. Gli investitori in queste aziende sono quindi remunerati per la ricchezza prodotta.

Il proprietario di un’azione, sulla base dei risultati prodotti, riceverà con cadenza mensile, trimestrale, annuale (a seconda dell’investimento azionario), dei dividendi.

Le azioni quotate hanno il vantaggio di essere negoziate in borsa. Come funzionano quindi le azioni in borsa? A differenza delle quote di una S.r.l. familiare privata, i pacchetti azionari quotati possono essere venduti o comprati immediatamente, senza dover andare a cercare una controparte interessata.

Per comprare azioni ci si deve interfacciare con un intermediario autorizzato (una banca ad esempio) che eseguirà il nostro ordine di acquisto o di vendita.

Quanto rendono questi investimenti azionari? Conviene investire in azioni?

A tal proposito ho diviso questa sezione legata agli investimenti azionari in 3 bocchi andando ad analizzare il mercato azionario globale, i mercati emergenti e il mercato azionario italiano.

Performance del mercato azionario globale

Per analizzare le performance del mercato azionario globale ho utilizzato come proxy l’indice MSCI World con valuta euro nel massimo intervallo disponibile, quindi dicembre 1978-dicembre 2024.

L’indice MSCI World rappresenta un paniere di azioni di medie e grandi società mondiali in 23 paesi sviluppati. E’ composto da circa 1395 azioni che rappresentano l’85% della capitalizzazione dei mercati sviluppati.

Perché non MSCI ACWI o altri indici? Sostanzialmente i risultati sono i medesimi: raggiungere 85% della capitalizzazione nei paesi sviluppati è sufficiente per tracciare le performance e quindi i rendimenti del mercato azionario globale.

Nella maggior parte dei backtest pubblicati in rete, la nostra valuta (euro) viene esclusa dall’analisi e i rendimenti sono computati in dollari. Questo è un errore se l’investitore è europeo.

Indicatori sintetici:

  • tasso di crescita annuo composto: 10,51%
  • deviazione standard: 14,80%
  • sharpe ratio: 0,69
  • drawdown massimo: -55,7% con durata di 13 anni e 6 mesi (agosto 2000-febbraio 2024)

Un appunto. Per comprendere cosa è il drawdown si deve cercare la risposta in questa domanda: se avessi investito nel peggior momento possibile (prezzi più elevati) e venduto nel peggior momento possibile (prezzi ai minimi), quanto avrei perso? Quanto tempo avrei piegato per ritornare “in pari“?

Rendimenti medi annualizzati:

  • Anno scorso: 26,2%
  • Ultimi 5 anni: 12,9%
  • Ultimi 10 anni: 11,7%
  • Ultimi 20 anni: 9,4%
  • Ultimi 20 anni: 8,7%

Con riguardo ai rendimenti, i migliori anni sono stati il 1999 (+46,2%), il 1983 (+41,5%) e il 1980 (+38,9%). I peggiori invece sono coincisi con il 2008 (-37,3%), il 2002 (-32,7%) e il 1990 (-29,3%).

L’azionario globale ha assicurato nel corso del tempo ottimi rendimenti ma elevata volatilità con anni di eccessiva euforia che hanno portato a registrare un +46,2% e anni particolarmente negativi e di crisi che hanno segnato un -37,3%.

Un appunto conclusivo come sub dei rendimenti globali. Molti clienti chiedono quanto ha reso il mercato statunitense o meno genericamente riferendosi a singoli prodotti finanziari, quanto ha reso storicamente un ETF sull’indice S&P 500. La risposta è: negli ultimi 32 anni l’11,29% composto.

Come potete notare le risultanze sono abbastanza simili a quelle dell’indice globale precedentemente analizzato. Gli Stati uniti infatti hanno un peso rilevante. Ad oggi oltre il 70% della capitalizzazione nei paesi sviluppati è rappresentata dagli Stati Uniti.

Fare attenzione quindi alla diversificazione.

Comportamento degli investimenti nei mercati emergenti nel lungo termine

I mercati emergenti sono esclusi dal paniere prima considerato.

L’indice che utilizzeremo come proxy in questo caso è l MSCI Emerging Market, composto da società di medie e grandi dimensioni in 24 paesi considerati in via di sviluppo. L’indice è composto da 1.252 società e rappresenta circa l’85% della capitalizzazione dei paesi analizzati.

Per intenderci, di seguito alcuni paesi considerati emergenti: Cina, Taiwan, India, Sud Corea, Arabia Saudita, …

Analizziamo quindi le performance a partire dal dicembre 1987.

Indicatori sintetici:

  • tasso di crescita annuo composto: 10,05%
  • deviazione standard: 21,17%
  • sharpe ratio: 0,51
  • drawdown massimo: -56,1% con durata di 2 anni e 5 mesi (dal luglio 1997 a dicembre 1999). Il periodo di maggior negatività (drawdown più lungo) è invece durato 5 anni e 3 mesi (tra il marzo 2000 e il giugno 2005).

Rendimenti medi annualizzati:

  • l’anno scorso: 15,6%
  • ultimi 5 anni: 4,3%
  • ultimi 10 anni: 5,2%
  • ultimi 20 anni: 7,8%

Con riguardo ai rendimenti invece, i migliori anni sono stati il 1999 (+94,7%), il 1993 (+91,6%) e il 2009 (+72,9%). I peggiori invece sono coincisi con il 2008 (-50,2%), il 1998 (-29,4%) e il 2000 (-25,1%).

I mercati emergenti hanno quindi assicurato nel corso degli anni dei ritorni considerevoli a fronte però di una volatilità – e quindi rischio – maggiore rispetto a quelli globali (deviazione standard).

Hanno però avuto un andamento in parte decorrelato dall’azionario globale in alcuni periodi. Questo ha permesso di compensare quella che viene definita dagli investitori “la decade persa – o lost decade” dei primi anni 2000.

Home bias e investimenti in azioni italiane

L’home bias è quella distorsione cognitiva (da qui bias) che ci porta a preferire e quindi concentrare i propri investimenti in azioni, obbligazioni o altri strumenti finanziari del proprio paese. Nel nostro caso quindi l’Italia.

Questo avviene per diverse ragioni tra cui:

  • Familiarità: ci sentiamo più a nostro agio con aziende e mercati a noi conosciuti;
  • Costi e accessibilità: investire in mercati esteri, specialmente emergenti, porta ad un incremento dei costi di transazione e difficoltà tecniche;
  • Valutazione del rischio: il rischio di investire in paesi a noi più vicini è giudicato minore
  • Fattori culturali e psicologici: il proprio paese viene ritenuto tendenzialmente un mercato più stabile e prevedibile rispetto agli altri.

Un’azienda come Intesa Sanpaolo S.p.A., Enel S.p.A. o Leonardo S.p.A. è spesso preferita a JP Morgan, Apple o Nvidia nonostante i rendimenti prodotti da queste ultime siano stati maggiori.

Il mercato azionario italiano resta un mercato, seppur sviluppato (da leggere come appartenente ai paesi sviluppati), marginale nello scenario mondiale.

La capitalizzazione dell’indice mondiale MSCI World è pari a quasi 70.000 miliardi di dollari. La capitalizzazione di Borsa Italiana è pari a 800 miliardi di euro. Siamo circa all’1%.

Investire in sole aziende italiane comporta quindi un elevato rischio di concentrazione e quindi una mancata diversificazione.


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Non riceviamo nessuna commissione, provvigione o incentivo per gli investimenti che ti andremo a consigliare. In altre parole, facciamo solo il tuo interesse.

Il rendimento delle obbligazioni

Spesso viene chiesto: quali sono le migliori obbligazioni da comprare? Non c’è un migliore o peggiore se sposiamo la teoria dell’efficienza del mercato, anche in forma non forte.

Il prezzo di uno strumento finanziario, e quindi il suo rendimento, è determinato dal mercato. Per ottenere un rendimento maggiore quindi è necessario sopportare un rischio maggiore. Per questo è necessario spostare la domanda da un: quale è il migliore strumento e quanto mi rende a quanto rischio sono disposto a sostenere.

Un’obbligazione con un rendimento più alto mi esporrà ad un maggior rischio (per esempio l’azienda emittente ha meno probabilità di ripagare il suo debito).

Come si calcola il rendimento di un’obbligazione? Il rendimento di un’obbligazione è dato dalla componente cedolare e dall’ammontare di capitale rimborsato.

Mi spiego meglio. Quando si compra un’obbligazione, si investe un determinato importo. Ipotizziamo che questo importo sia pari ad Euro 80.

L’obbligazione verrà rimborsata a 100. Una parte del rendimento è quindi data dal differenziale positivo (o negativo se compriamo ad un prezzo superiore rispetto al rimborso).

La restante componente è determinata in funzione delle cedole distribuite. Un investimento obbligazionario paga solitamente nel corso del tempo degli interessi. Questi interessi vengono distribuiti sotto forma di cedole.

E’ importante non confondere il rendimento cedolare con il rendimento dell’obbligazione. Non dimentichiamoci mai a che prezzo abbiamo comprato il titolo (gli 80 del precedente esempio) e il prezzo di rimborso dello stesso (nel nostro caso 100).

Il rendimento di un’obbligazione varia quindi in funzione del:

  • tasso di interesse di mercato
  • rischio assunto dall’investitore (probabilità di rimborso dell’obbligazione)
  • durata dell’obbligazione (in quanti anni mi verrà rimborsata)

Ora sarò più concreto. Prendiamo un paniere globale di obbligazioni senza filtrare per durata.

Ipotizziamo che l’investitore sia europeo e che quindi il portfolio sia denominato in euro. L’orizzonte temporale parte dall’agosto 1972 arrivando fino al dicembre 2024.

Per la conversione della valuta pre anni 2000 si è ricostruito sinteticamente il tasso di cambio.

Negli ultimi 52 anni il rendimento di un investimento obbligazionario è stato mediamente pari al 3,81% annuo, ovvero pari all’1,06% se lo depuriamo dall’effetto dell’inflazione.

Il peggior drawdown ha comportato una contrazione del portfolio del 46,09% (febbraio 1980) e ha impiegato 120 mesi per essere recuperato. La deviazione standard è stata pari all’8,46% (il rischio che ci si assume).

Il rendimento dei BTP

Gli italiani amano i BTP: i titoli di stato che l’Italia emette per finanziare il suo debito. Sono percepiti sicuri, vicini a noi. L’home bias di cui parlavo prima gioca un ruolo fondamentale.

L’apprezzamento deriva anche dal fatto che i BTP scontano un’imposizione favorevole parei al 12,5%. Per calcolare quindi il rendimento netto dei BTP è necessario dedurre dal rendimento lordo il 12,5% e non il 26% (aliquota ordinaria per le rendite finanziarie).

Come si calcola il rendimento dei BTP?

Come per le obbligazioni in generale, il rendimento dei BTP è determinato sulla base di due differenti componenti: il valore di rimborso (differenziale rispetto all’acquisto) e il valore cedolare. I BTP possono quindi essere acquistati “sotto 100” o “sopra 100” a seconda della dinamica dei tassi di interesse, questo ne influenza il rendimento.

Si differenziano dai BOT per il fatto che i BTP sono pluriennali. Il rendimento di un BOT (buono ordinario del tesoro) è calcolato solo sulla base del prezzo di acquisto e di rimborso. Ha durata inferiore all’anno, non distribuisce cedole e viene rimborsato al valore nominale 100.

Quanto rende un BTP a 5 anni? E uno a 10 anni? Vale sempre la regola che ti ho presentato prima: all’aumentare del periodo di rimborso, aumenta anche il rendimento.

Questo primo grafico evidenzia il rendimento annuale dei BTP a 10 anni nel corso del tempo. Come si può ben notare è influenzato dalle politiche macro-economiche e dall’andamento dei tassi di interesse.

Nel periodo 2015-2020 di forti investimenti in titoli di stato da parte della BCE, il BTP non ha mai superato il livello attuale (prossimo al 4%). Nel 1995 a causa del rischio paese e valutario, il tasso era superiore al 10%.

Il tasso di interesse dei BTP con scadenza a 5 anni è similare (come ci attendavamo) e tendenzialmente inferiore a quello dei BTP a 10 anni.

Il rendimento dell’oro

L’oro è il bene rifugio per eccellenza: una protezione dall’inflazione. Per analizzare il prezzo dell’oro consideriamo sempre la valuta euro e il prezzo spot di questo minerale nel periodo dicembre 1978-novembre 2024.

Indicatori sintetici:

  • tasso di crescita annuo composto: 6,13%
  • deviazione standard: 17,49%
  • sharpe ratio: 0,37
  • drawdown massimo: -54% con durata di 24 anni e 8 mesi (gennaio 1983 e settembre 2007).

Rendimenti medi annualizzati:

  • l’anno scorso: 34,8%
  • ultimi 5 anni: 13,6%
  • ultimi 10 anni: 10,2%
  • ultimi 20 anni: 10,5%
  • ultimi 40 anni: 4,4%

Con riguardo ai rendimenti invece, i migliori anni sono stati il 1979 (+123,4%), il 2010 (+37,7%) e il 2005 (+35,2%). I peggiori invece sono coincisi con il 2013 (-30,9%), il 1981 (-19%) e il 1990 (-16,9%).

L’oro ha quindi assicurato nel tempo una copertura dal rischio inflazione ma è da inserire nei portafoglio di investimento ricordando che resta un asset rischioso (nel 2013 ha registrato un -30,9% annuo) che non assicura il rimborso del capitale e non produce nulla: è statico. Dopotutto è un metallo, nulla di più.


Parlane con un esperto!

Siamo Dottori Commercialisti e Consulenti Finanziari Indipendenti: dal 1994 assistiamo famiglie e imprenditori nella protezione e nella crescita del loro patrimonio.

Non riceviamo nessuna commissione, provvigione o incentivo per gli investimenti che ti andremo a consigliare. In altre parole, facciamo solo il tuo interesse.

Il rendimento degli immobili italiani

Investire in immobili in Italia risulta sempre più una scelta difficoltosa: tra inverno demografico e conseguente calo della popolazione e tassi di interesse non più negativi o prossimi allo zero, investire in immobili sembra sempre meno un grande affare.

Il rendimento di un immobile è determinato dai canoni (di locazione-affitto) che ne derivano e dall’apprezzamento concretizzabile con una successiva rivendita.

Investire in immobili resta una delle grandi passioni dell’investitore italiano, forte probabilmente dei ricordi degli anni 70-80 dove con l’inflazione galoppante i prezzi delle unità immobiliari (valori nominali) raddoppiavano nel giro di qualche anno.

La linea verde di questo grafico prodotto da Istat su dati Scenari Immobiliari evidenzia inoltre una forte ciclicità-stagionalità del mercato che dopo i due massimi raggiunti prima negli anni 90 e poi nell’intorno del 2007-2008 non è più cresciuto.

L’andamento è differente tra grande città (Milano, Bologna, …) e piccolo centro. La crescita di quest ultimo è decisamente inferiore ed è affetta dal trend che osserviamo da qualche decennio di concentrazione della popolazione nelle grandi città.

Attenzione quindi a tenere a mente il rischio di concentrazione nel portafoglio di investimento e di illiquidità degli asset.

Conclusioni

In questo articolo ho risposto con qualche dato alla domanda: “ma quanto rende un determinato investimento?”.

Ora che siamo giunti alle conclusioni una precisazione è doverosa: queste sono analisi basate su dati storici. Non c’è alcuna garanzia che gli stessi evidenti si ripeteranno in futuro (non si deve guidare con lo specchietto retrovisore).

E’ comunque da considerare che oltre 50 anni di dati rappresentano uno storico solido, che ci permette di prendere decisioni consapevoli.

Inoltre, ogni investimento è a sé stante e la determinazione del rendimento dipende da molti fattori tra cui l’illiquidità, l’asset class di riferimento, le garanzie offerte, …

I mercati azionari globali negli ultimi 40 anni hanno offerto rendimenti nell’intorno del 10% annuo. I mercati emergenti hanno prodotto medesimi risultati, seppur ad un rischio maggiore.

In termini di rischio, gli strumenti obbligazionari, offrendo una garanzia del capitale hanno prodotto un rendimento tra il 3 e il 4% annuo. L’oro, forte delle performance inflattive degli anni 70-80, ha invece raggiunto l’intorno del 6-7% annuo.

Il mercato immobiliare italiano invece langue risentendo dell’inverno demografico e della stagnazione dell’economia. Più del 50% del patrimonio delle famiglie italiane è però investito in questa asset class. E’ quindi da proteggere e valorizzare.

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Bibliografia

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